Messaggio All’Armata della Luce da parte dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò : Temete Adesso Più Che Mai Gli Avvertimenti del Profeta

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Una fine arriverà. Per mercenari e falsi pastori.

Quella che segue è la fedele trascrizione della Lettera del Vescovo di Dio Carlo Maria Viganò all’Armata dei veri credenti nel mondo, e poichè riteniamo che Dio parli a noi figli attraverso il Vescovo il seguente messaggio non verrà quotato.

*Source*

Quaere, inquit, servum tuum, quoniam mandata tua non sum oblitus. Veni ergo, Domine Jesu, quaere servum tuum, quaere lassam ovem tuam; veni, pastor, quaere sicut oves Joseph. Erravit ovis tua, dum tu moraris, dum tu versaris in montibus. Dimitte nonaginta novem oves tuas, et veni unam ovem quaerere quae erravit. Veni sine canibus, veni sine malis operariis, veni sine mercenario, qui per januam introire non noverit. Veni sine adjutore, sine nuntio, jam dudum te Expecto venturum; scio enim venturum, quoniam mandata tua non sum oblitus. Veni non cum virga, sed cum caritate spirituque mansuetudinis.”[1]

Il tempo sacro dell’Avvento è di antica istituzione e ne troviamo menzione intorno al V secolo, come momento dell’Anno Liturgico destinato alla preparazione della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo secundum carnem. L’Avvento segna, infatti, l’inizio dell’Anno Liturgico, permettendoci di cogliere questa opportunità per seguire, con santi propositi, la voce della Chiesa.

La disciplina della penitenza e del digiuno quaresimale in preparazione alla Pasqua è certamente di origine apostolica, mentre quella in aspettativa Domini viene dopo e ispirata alla prima, divenendo meno rigida con il passare dei secoli alla sola astinenza in alcuni giorni della settimana. “È vero che san Pier Damiani, nell’undicesimo secolo, suppone ancora che il digiuno dell’Avvento fosse di quaranta giorni, e che san Ludovico, due secoli dopo, continuò ad osservarlo in questa misura; ma forse questo santo re la praticava così per trasporto di particolare devozione».[2] La dolcezza delle moderne generazioni ha indotto la sapienza materna della Chiesa a mitigare le rigorose discipline dei tempi passati, senza impedirne l’esercizio. volontariamente; ma forse la situazione attuale ci porta a considerare opportune — proprio perché non imposte — le privazioni praticate dai nostri antenati in obbedienza a un precetto ecclesiastico.

La liturgia del tempo di Avvento è debitrice alle fatiche di san Gregorio Magno, non solo per i testi dell’Ufficio e della Messa, ma anche per le composizioni cantilenantissime. L’antico tropo Sanctissimus namque, che introduce l’Introito Ad te levavi della prima domenica di Avvento, ricorda l’ispirazione del Santo Padre per opera dello Spirito Santo, che apparve sotto forma di colomba.[3] Inizialmente composte da sei settimane e poi da cinque, le settimane di preparazione alla Natività si sono ridotte a quattro tra la fine del IX secolo e l’inizio del X, il che significa che l’uso attuale ha almeno mille anni. La Chiesa Ambrosiana conserva ancora sei settimane, per un totale di quarantadue giorni, sul modello della Quaresima.

Tra i primi autori di omelie sul tema dell’Avvento troviamo sant’Ambrogio, dottore e padre della Chiesa. È con una preghiera che troviamo nel Commento al Salmo 118 che vorrei iniziare questa meditazione. L’incipit della preghiera è Quaere, inquit, servum tuum. Come voi stessi vedete [nota 1, infra], tutto il testo è punteggiato di citazioni dalla Sacra Scrittura: non per ostentare una perizia biblica, che certamente possedeva il Santo Vescovo di Milano, ma per quella comprensione della Parola di Dio che è frutto di un’intima e vitale assiduità per l’anima, così come l’aria è indispensabile per respirare. Ciò indusse sant’Ambrogio a parlare e scrivere egli stesso usando le parole del sacro Autore, non con l’intento di plagiare la Sapienza divina, ma perché le aveva fatte sue tanto sue e le ripeteva a sua volta quasi inconsapevolmente.

Quando ci avviciniamo agli scritti dei Santi, possiamo sentirci in qualche modo disorientati o confusi, come dei laici; ma se abbiamo la grazia di unirci alla preghiera liturgica partecipando alla Santa Messa e con la recita dell’Ufficio divino nella forma tradizionale, troviamo che è la voce stessa della Chiesa che ci accompagna in questa meditazione sulle Scritture , proprio dall’Invitatorio del Mattutino. E questo vale anche per la liturgia dell’Avvento: Regem venturum Dominum, venite adoremus, il canto della prima preghiera, intonato nel cuore della notte in attesa del sorgere del vero Sole Invitto. Seguendo questo solenne invito ad adorare il divino Re è l’inizio del libro del profeta Isaia, che risuona come un severo rimprovero al suo popolo:

Ascolta, o cieli, e porgi orecchio, o terra, poiché il Signore ha parlato. Ho allevato figli e li ho esaltati: ma mi hanno disprezzato. Il bue conosce il suo padrone e l’asino la greppia del suo padrone; ma Israele non mi ha conosciuto e il mio popolo non ha capito. Guai alla nazione peccatrice, popolo carico di iniquità, seme malvagio, figli scellerati: hanno abbandonato il Signore, hanno bestemmiato il Santo d’Israele, se ne sono andati indietro. Che cosa ti colpirò ancora, tu che accresci la trasgressione? tutta la testa è malata e tutto il cuore è triste. Dalla suola del piede fino alla sommità della testa, non c’è salute in essa: ferite, contusioni e piaghe gonfie: non sono fasciate, né vestite, né fomentate con olio”. (Is 1:2-6)

La rivelazione del Profeta mostra l’indignazione del Signore per l’infedeltà del Suo popolo, ostinato nella ribellione contro la Sua santa Legge. Ma il senso letterale o storico[4] del brano di Isaia riguardante gli ebrei si accompagna al senso morale, cioè riguardo a ciò che dobbiamo fare. È dunque a noi che la Maestà di Dio si rivolge: «Poiché il Signore ha parlato» (ibid., 2) ancora una volta per ammonirci, per mostrarci i nostri tradimenti, per spronarci alla conversione.

Così, mentre chiediamo al Signore di liberarci de ore leonis et de profundo lacu, ci rendiamo conto di quanto poco meritiamo la misericordia di Dio, quanto indegni della sua pietà e quanto meritiamo i suoi castighi. Deus, qui culpa offenderis, pœnitentia placaris… Alle prostituzioni — come le chiama la Scrittura — in cui caddero i giudei, si aggiungono ora prostituzioni nuove e ben peggiori, non di un popolo al quale era stato promesso il Redentore, ma di un popolo nato da Il suo fianco, il Corpo mistico del Redentore stesso; o meglio, di quella specie che si dice cattolica, ma che con la sua infedeltà disonora la Sposa dell’Agnello, come membri sia della Chiesa che educa e insegna.

Il nuovo Israele si è mostrato non meno ribelle del vecchio, e il nuovo Sinedrio romano non è meno colpevole di coloro che hanno fatto il vitello d’oro e l’hanno offerto all’adorazione degli ebrei. Se dunque il Profeta minaccia terribili flagelli su coloro che disubbidirono al Signore senza aver visto il Messia venire, quanto più grandi devono essere le parole di un Profeta “degli ultimi tempi” alla luce della ribellione dell’umanità redenta dal Sangue di quel divino Messia, avendo potuto vedere il compimento delle Profezie e l’Incarnazione della Seconda Persona della Santissima Trinità?

Nella drammatica crisi che ormai da 60 anni affligge la Chiesa di Cristo, e che oggi si manifesta in tutta la sua gravità, un pusillus grex chiede al suo Signore di salvare l’umanità smarrita, quando la corruzione e l’apostasia hanno penetrò anche nel sacro recinto e fino al sommo Trono. Ed è pusillus [poco] perché la maggioranza di coloro che sono stati rigenerati nel Battesimo e hanno così meritato di essere chiamati “figli di Dio” negano quotidianamente le promesse di quel Battesimo, sotto la guida di mercenari e falsi pastori.

Pensate quanti credenti, cresciuti nell’assoluta ignoranza dei fondamenti della Fede nonostante abbiano frequentato il Catechismo, sono intrisi di dottrine filosofiche e teologiche eretiche, convinti che tutte le religioni siano equivalenti; che l’uomo non è ferito dal peccato originale ma naturalmente buono; che lo Stato deve ignorare la vera Religione e tollerare l’errore; che la missione della Chiesa non è la salvezza eterna delle anime e la loro conversione a Cristo, ma la tutela dell’ambiente e l’accoglienza indiscriminata dei migranti. Pensate a coloro che, pur adempiendo al loro obbligo domenicale, non sanno che il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore sono contenuti nell’Ostia Santa, e pensano che sia solo un simbolo; pensate a chi è convinto che basti pentirsi a se stesso per accostarsi alla Comunione, senza ricordare i tormenti che incombono su chi riceve indegnamente il Corpo e il Sangue del Signore. Pensa a quanti sacerdoti, quanti religiosi professi, tutte le suore e i monaci che credono che il Concilio abbia portato un soffio di rinnovamento nella Chiesa, o favorito la conoscenza della Sacra Scrittura, o fatto comprendere ai laici la liturgia, finora ignorata dalle masse e custodito gelosamente da una casta di ecclesiastici rigidi e intolleranti. Pensate a chi vedeva in essa un faro indistruttibile contro le tenebre del mondo, una fortezza concreta e inespugnabile di fronte agli assalti della mentalità ‘moderna’, dell’immoralità diffusa, della difesa della vita dal suo concepimento al suo naturale fine.

Si pensi infine alla soddisfazione incontenibile dei nemici di Cristo nel vedere la prostrazione della sua Chiesa davanti al mondo, con le ideologie della morte, l’idolatria dello stato, del potere, del denaro, dei miti della falsa scienza; una Chiesa disposta a rinnegare la sua gloriosa eredità, ad adulterare la Fede e la Morale insegnatele da Nostro Signore, a corrompere la sua liturgia per compiacere eretici e settari: nemmeno i deliri più deliranti del peggior Massone avrebbero potuto sperare di vedere il compimento di Il grido di Voltaire: Écrasez l’infame! [Schiaccia la cosa ripugnante!]

In Avvento ci troviamo simbolicamente alle porte del tempio, come il mercoledì delle ceneri in Quaresima, e osserviamo da lontano ciò che accade all’altare: qui c’è la Nascita del Re d’Israele, e lì la Sua Passione, Morte e Risurrezione. Immaginiamo di dover fare un esame di coscienza prima di poter essere ammessi al santo palazzo come singoli credenti e come parte del corpo ecclesiale. Possiamo avvicinarci ad adorare il Re dei re, il Signore dei signori, solo se comprendiamo, da una parte, il Bene infinito che ci viene offerto in fasce nella mangiatoia; e dall’altro la nostra assoluta indegnità, che deve necessariamente accompagnarsi all’orrore dei nostri peccati, al dolore di aver offeso infinitamente Dio e al desiderio di riparare il male fatto mediante la penitenza e le opere buone.

E dobbiamo inoltre comprendere che, come membri viventi della Chiesa, abbiamo anche una responsabilità collettiva per le colpe degli altri fedeli e dei nostri Pastori; e come cittadini, abbiamo una responsabilità per le colpe pubbliche delle nazioni. Infatti la Comunione dei Santi ci permette di condividere con le anime purificatrici e i meriti di quelle delle anime beate in Cielo, per equilibrare in modo incomparabilmente più efficace di quella “comunione degli empi” che fa gli effetti del loro male le azioni ricadono sui loro vicini, in particolare su altre persone che sono nemiche di Dio.

Venite da me, coloro che sono tormentati dall’attacco di lupi pericolosi“, esclama Sant’Ambrogio. “Venite a me, quelli che sono stati scacciati dal paradiso e le cui piaghe sono da tempo penetrate dai veleni del serpente, quelli che si sono allontanati dalle tue greggi su quei monti”.

Cominciamo a renderci conto che siamo assediati da lupi famelici: da chi semina errore, da chi corrompe i costumi, da chi propaga morte e disperazione, da chi vuole ucciderci nell’anima prima ancora che ci uccida in i nostri corpi. Arriviamo a comprendere quanto siamo stati superficiali, stolti e orgogliosi nel lasciarci ingannare dalle false promesse del mondo, della carne e del diavolo; quanto erano false le parole di coloro che, dopo l’espulsione dei nostri Progenitori, continuano a ripetere le stesse tentazioni, a sfruttare le nostre debolezze, a sfruttare il nostro orgoglio e i nostri vizi per abbatterci e trascinarci con loro all’Inferno. Abbiamo dimenticato che siamo stati scacciati dal paradiso terrestre, che portiamo i segni della puntura velenosa del serpente, che abbiamo peccato abbandonando il pascolo sicuro della vera Fede per lasciarci sedurre dal mondo, da la carne, dal diavolo.

Se infatti vivessimo coscienti del nostro peccato primordiale — che è anche colpa collettiva ed ereditaria — e di tutto il male che commettiamo e che permettiamo; se meditassimo sulla nostra incapacità di salvarci se non per l’aiuto soprannaturale che Dio ci concede per Grazia; se non ci persuadessimo che molte delle nostre azioni sono gravi offese alla Maestà di Dio e che meriteremmo di essere cancellati dalla faccia della terra in un modo molto peggiore di quello che accadde agli abitanti di Sodoma e Gomorra, allora non avremmo nemmeno bisogno che il Buon Pastore venisse a cercarci, per abbandonare al sicuro le novantanove pecore in montagna, dove “i lupi famelici non possono attaccarle”.

Il santo Vescovo aggiunge: “Vieni senza cani, vieni senza malfattori, vieni senza mercenario, che non sa passare per la porta. Vieni senza soccorritore, senza messaggero», perché i cani, i malfattori e il mercenario sono figure effimere, destinate a perire, a disperdersi al soffio che spira dalla bocca di Dio, anche se in questo momento sembra che il mondo appartiene a loro. “Vieni, dunque, a cercare le tue pecorelle, non da servi, non da mercenari, ma da te in persona”: i servi infedeli ci invitano ad essere “resilienti” e “inclusivi”, per ascoltare il “grido della Madre Terra, ”[5] sottoporci a vaccinazione con un siero fatto con feti abortiti; il mercenario, “cujus non sunt oves propriæ” (…) ci disperde, ci abbandona, non scaccia i lupi feroci e non punisce i malvagi, ma anzi li incoraggia.

Perché allora dovrebbe venire il Signore? Perché possiamo chiedergli: “Vieni di persona”? Sant’Ambrogio risponde nella preghiera citando il Salmista: «Perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti» (Sal 118,176). La nostra obbedienza alla volontà di Dio trova perfetta corrispondenza — ed esempio divino — nell’obbedienza del Figlio eterno del Padre da tutta l’eternità, accettando di incarnarsi, soffrire e morire per la nostra salvezza: «Poi dissi: Ecco io vengo: in il capo del libro sta scritto di me: che io faccia la tua volontà, o Dio» (Eb 10,7). Il Signore viene in obbedienza al Padre e noi dobbiamo attendere la sua venuta essendo obbedienti alla volontà della Santissima Trinità, “poiché non ho dimenticato i tuoi comandamenti”.

Il motivo per cui possiamo essere sicuri che il Signore verrà dopo di noi, liberandoci dall’assalto dei lupi e dall’influenza nefasta di malfattori e mercenari, è che non dobbiamo dimenticare ciò che ci ha comandato; non dobbiamo prendere il suo posto decidendo cosa è bene e cosa è male; non dobbiamo seguire la moltitudine nell’abisso per rispetto umano o per codardia o complicità, ma rimanere come le e novantanove pecore nei pascoli sicuri della Santa Chiesa, «poiché i lupi rapaci non possono attaccarli finché sono sui monti», più vicini a Dio essendo distaccati dalle cose terrene.

Inoltre, dobbiamo esercitare la santa umiltà, riconoscendoci peccatori: “vieni e cerca l’unica pecora che ha sbagliato”, perché “tu solo puoi far tornare indietro le pecore erranti e non addolorerai coloro da cui ti sei allontanato ”, cioè i cattolici di tutti i tempi, che sono rimasti fedeli, al sicuro dai lupi negli alti pascoli. “E anche loro si rallegreranno del ritorno del peccatore”.

La preghiera di sant’Ambrogio prosegue con un’espressione molto profonda e significativa: “Ricevimi nella carne che cadde in Adamo. Accoglimi non da Sara, ma da Maria, perché io sia non solo vergine intatta, ma vergine immune, per effetto della grazia, da ogni macchia di peccato». In Santa Maria, Sancta Virgo virginum, troviamo la Mediatrice di tutte le grazie; in Lei, creatura purissima, si incarna il Verbo Eterno di Dio, da Lei nasce al mondo il Salvatore; per mezzo di lei siamo presentati al suo divin Figlio, e per i suoi meriti possiamo essere ricevuti «nella carne che cadde in Adamo», in virtù della grazia che ci ristabilisce nell’amicizia con Dio. Un’ispirazione più adatta per la meditazione mentre ci prepariamo per la Santa Natività.

Ma c’è un’altra importantissima considerazione che sant’Ambrogio lascia alla fine della sua orazione: “Portami per la Croce che dà salvezza ai viandanti, nella quale sola c’è riposo per gli stanchi, nella quale sola vivranno tutti coloro che muoiono .” Tutto ruota intorno alla Croce di Cristo, essa sorge nel tempo e nell’eternità come segno di contraddizione, per la quale ricordiamo che è strumento di Redenzione, salvezza per chi vaga, riposo per chi è stanco, vita per chi muore.

Una miniatura del XIV secolo di Pacino di Buonaguida [6] presenta un’immagine molto rara e altamente simbolica: il Signore che sale sulla Croce con una scala – la scala virtutum – per sottolineare la disponibilità del suo sacrificio e il “paradosso” della sua duplice Natura. Nell’iconografia seicentesca troviamo un’immagine ricorrente del Bambino Gesù addormentato sulla Croce,[7] un’esplicita allusione all’amore divino e al sacrificio di Cristo. Natale e Pasqua sono intrinsecamente legati; così, in preparazione alla Nascita del Salvatore, dobbiamo sempre contemplare la centralità e vero fulcro della Croce, sulla quale riposa il Bambino Gesù, e sulla quale ascende, per mistica scala, l’Agnello Immacolato. È lì che dobbiamo arrivare anche noi, perché è solo sulla Croce che troviamo la salvezza, alla ricerca del Signore: “E disse a tutti: Se uno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso e prenda ogni giorno la sua croce e seguimi» (Lc 9,23).

“Veni, ut facias salutem in terris, in coelo gaudium”: “Vieni e compi la salvezza in terra, gioia in cielo”. Sia questa la nostra invocazione nel tempo sacro dell’Avvento, per prepararci spiritualmente alle prove che ci attendono.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

28 novembre 2021
Dominica I Adventus

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